GUN CLUB “death party demos” (1983, bootleg CD-r)

Certi dischi che sono un po’ come quelle fidanzate con cui si sta per poco, pochissimo, e di cui ci si dimentica in fretta. Salvo poi trovarsi, quindici anni dopo, a ripensarci e sentire uno strano pizzicore nella zona dello sterno… una roba che sembra dirti: “Ecco, finalmente, dopo tutto questo tempo, mi lascerai esprimere il mio pensiero: sei stato un coglione, perché era una bella ragazza, piuttosto intelligente, dolce e non rompipalle… e adesso pagheresti oro, argento, mirra e un rene per averne una simile vicino. E invece l’hai mollata per una che t’ha fatto un pompino in un ristorante e poi s’è scopata un tuo amico”.
Solo che con le fidanzate andate non c’è verso. Sono andate (per loro fortuna, di solito). Coi dischi invece c’è sempre una seconda chance. Nonché una terza. Una quarta… e poi può scoppiare l’amore deflagrante.“Death party” è uno di questi. Ai primi ascolti sembra un po’ banale, soprattutto considerato che s’inserisce subito dopo “Fire of love” e “Miami” e subito prima di “Las Vegas story”. Come dire… tutti abbiamo il pisello piccolo se ci mettono tra Rocco Siffredi e John Holmes. Ma non è che il gioco delle comparazioni sia sempre vincente. Infatti “Death party”, preso come episodio singolo e oggettivamente valutato, è un ottimo esempio di rock underground americano anni Ottanta.

Ora vi avverto: da questo punto in poi darò per scontato che voi conosciate già il 12” di cui si è appena parlato… e se non lo conoscete potreste (o dovreste) andare a comprarvi la recentissima ristampa su Sympathy, che include anche un bel live show come bonus. Noi ora parliamo dei demo che precedettero la registrazione ufficiale; non è dato sapere la data precisa, ma è importante il fatto che questo demo mette definitivamente a tacere le voci che volevano “Death party” come un disco praticamente improvvisato in studio e buttato lì, senza nemmeno pensarci tanto (questo per gli storiografi più accaniti).

SO WHY

La sequenza delle canzoni si apre con “So why”, versione embrionale di “The lie” con il testo parzialmente cambiato. Qui è ancora più palese la natura delle parole: un rancoroso rinfacciare al padre il fatto di non avere mai supportato le iniziative di Pierce.

Jeffrey canta, ogni tanto sbaglia ritornello e lascia notevoli buchi vuoti strumentali. Un brano che, in questa forma, ha più le sembianze di un’ossatura su cui costruire tutto… come una capanna sventrata.

DEATH PARTY

…il brano col riff più ignorante mai regalatoci dai Gun Club. Un incedere da mammuth drogato. E qui Jeffrey canta lontano, una vocina disperata seppellita dalle macerie di se stessa; il basso della Morrison e la batteria di Dee Pop martellano come metronomi al piombo, mentre la chitarra di Duckworth si concede un lungo intermezzo quasi free jazz, alla faticosa ricerca di una variazione che possa iniettare un po’ di vita in questo party della morte. Ma, per fortuna, dalla sua 335 escono perlopiù accordi dissonanti e fastidiosi, da jazzista in overdose… che con la morte si sposano a perfezione. E infatti il brano si spegne dopo gli ultimi ululati di Pierce e con una sequenza di ripetizioni del riff all’insegna della semplicità, quasi sconfinante nel banale. Ma questi sono lavori in corso: il numero di giri e la lunghezza dei brani sono faccende che si definiscono in seguito. Si lavora prima sul feeling, bestie. E qui ce n’è. Mortifero, soffocante… ma c’è.

LIGHT OF THE WORLD

Pierce è sempre più lontano. La sua voce è incisa a un volume esiziale, probabilmente si tratta di una traccia guida per gli altri strumenti. Dovete sapere che Jeffrey vomitava tutte le sere per un’ora, prima di essere in grado di partecipare alle session. Faceva preoccupare persino Chris Stein, che non si faceva certo pregare quando si trattava di roba tossica. E in questa canzone sembra di sentire l’odore di vomito alcoolico, ascoltando la sua voce. Niente filtri, nessuna sovraincisione, passaggi sbavati, cali di voce, parole biascicate… proprio come noi sfigati incidevamo i demo, una volta.

E la chitarra… quella cazzo di 335 imbottita di feedback e col suono caldo come l’interno cosce di una MILF… macina riff su riff, con quello stile inconfondibile di Duckworth, molto classico, che fonde ritmica e rifiniture in arpeggio, con una punta di riverbero a dare il giusto sustain al tutto… come uno di quei baci sulla guancia che durano mezzo secondo in più e suggellano promesse ben più succose e sgocciolanti d’umori corporei.

Finale in gloria, con il feedback della 335 a regalare l’ultima stilettata al cuore.

JH INSTRUMENTAL

Un tappeto strumentale che, nella versione definitiva, sarebbe divenuto “Come back Jim”. Un riff cattivo con una ritmica distorta e stoppata, a cui fa da contrappunto una seconda chitarra dal gusto country-roots che odora di cucina cajun, di sabbia negli occhi e di Panther Burns, per i più acculturati. Si sente che Duckworth veniva dall’esperienza di “Behind the magnolia curtain”, cristo se si sente. E questo brano, nella versione senza voce, sa più di Alex Chilton e Tav Falco, che non di Cramps… sa più di mignotta messicana che ti abborda in un bar e ti frega i soldi, che non di psicopatico newyorchese che ti ammazza nel nome di Elvis.

HOUSE ON HIGHLAND AVENUE

Questa… questa doveva essere una ballata dylaniana, negli intenti iniziali. Diciamo che come ballata alla Zimmerman non è molto riuscita. Come pezzo rock, lento e malinconico e anche un bel po’ malato, invece è riuscito a meraviglia. La versione demo ci regala un Pierce dalla tonalità spettrale: un fantasma che si sforza di non piangere, ma è troppo ubriaco anche per ricordarsi perché dovrebbe piangere… e confuso si trascina fino alla fine del pezzo, tra improbabili frazioni di vibrato e segmenti di declamazione in monotono. Da brivido. E, per buona pesa, con parole differenti dalla versione su 12”.

Speciale il lavoro della chitarra, ancora una volta… senza nulla togliere al genio istintivo di Kid Congo Powers, si sente che Duckworth era un musicista con un solido background. Sì. E non ditemi che non conta un cazzo… non sto parlando di assolo a 1000 all’ora e tapping selvaggio. Parlo di feeling e di modo di suonare determinati riff, di finezza e rabbia mescolate senza necessariamente buttare il tutto in casino, che fa sempre figo e non impegna.

Questa formazione, ossia il quartetto Pierce, Patricia Morrison, Jim Duckworth e Dee Pop, durò lo spazio di un’annata scarsa. Giusto il tempo di pubblicare il 12” e fare un tour (documentato da un video ufficiale registrato a Macnhester, uno dei due “Live at the Hacienda”). Poi tutto scoppiò,come del resto era prevedibile… ma da questo intermezzo rapido e travagliato sarebbe scaturito “Las Vegas story”. E ditemi che non è nulla…

I demo di “Death party” circolano su cd-r in versione ultra-bootleg tra i trader. E il discorso è ancora una volta questo: se avete il sacro fuoco li cercherete e ne sarete colpiti. Se avete già detto “che palle Valentini con ‘sti Gun Club” andate a comprarvi gli Yeah Yeah Yeahs, l’ultimo dei Green Day o un bel bootleg dei Ramones, che vi fa bene.

IAN HUNTER “all american alien boy” (1976, CBS, LP)

hunter.jpgMott e Mott the Hoople. Do you remember, honey? Vi ricordate di questa band? Ok. Lo so. La maggior parte di voi non l’avrà mai voluta neppure ascoltare. E’ un errore comune e potreste essere anche perdonati… MA… è necessario rimediare al più presto.Un uomo o una donna non possono fare a meno di un brano come “The ballad of Mott the Hoople” per potersi definire tali. Altrimenti non valgono mica molto… anzi, nulla. Fate voi.

Dopo i Mott the Hoople, il carismatico cantante Ian Hunter intraprese la carriera solista (che continua tuttora). E che carriera.

Avete abbastanza palle, anima e cuore per ascoltare questa musica? Rispondete. Oh, piccolini… non lo sapete… certo, non avete idea di cosa rispondere. Allora vi serve una descrizione esauriente della materia, vero?

I solchi di questo suo secondo album sono un sublimato di rock, rock’n’roll, tristezza strisciante e disillusione. Un Bob Dylan con gli occhiali a specchio e il chitarrone elettrico, un Blind Lemon Jefferson che cavalca la tigre del glam rock con un piglio punk, senza scadere nel ridicolo.

Iniziate a capire?

Ok, un ultimo tentativo per venire incontro alle fascie meno dotate. Avete presente Jeff Dahl? Ecco, io se fossi Ian Hunter lo citerei per plagio di immagine. Per non parlare della musica. Solo che il buon Jeff è più punkettaro, laddove Ian è il progenitore e, per questo, più compassato, emozionale e profondo. Come dite? Non vi servono i progenitori?

Perfetto. Ma voi, allora, a cosa servite?

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