Mark Enbatta: eroe di guerra

Alla scoperta di un personaggio davvero speciale, che fa musica altrettanto speciale da diversi decenni coi suoi Vietnam Veterans e i progetti paralleli. Un “veterano” di nome e di fatto, che se ne fotte di tutto e tutti

di Andrea Valentini – pubblicato su “Sottoterra Magazine” nel 2015

Quello dei Vietnam Veterans è un nome che i fan più attenti del garage revival e del rock’n’roll europeo conoscono bene. Ma questa band, oggettivamente, nonostante una serie di dischi ottimi e usciti nel “periodo giusto” (non è gente saltata sul proverbiale carrozzone, per intenderci) è in pratica confinata allo status di cult band e leggenda minore, una sorta di deliziosa curiosità da gustare e di cui gongolare con la cerchia degli amici più appassionati. Insomma, dei veri rock’n’roll loser che facevano – e continuano a fare, imperterriti dal 1982 – grande musica che pochi si filano. Il loro ultimo album, uscito nel 2014, per esempio, è in pratica un’autoproduzione e non è distribuito – il che significa che per averlo bisogna contattare direttamente il gruppo o la label (che è di proprietà di Lucas Trouble, il tastierista storico dei Vietnam Veterans).
Il deus ex machina del progetto Vietnam Veterans, fin dal primo giorno, è Mark Enbatta – all’anagrafe Marc Labat – che della band è cantante, chitarrista e principale songwriter. Dal 1983 al 1988 i Vietnam Veterans, sotto la guida di Enbatta, hanno inciso quattro album in studio (più un live e una raccolta di outtake – e non dimentichiamo il demo su nastro del 1982), fra cui Ancient Times, probabilmente il capolavoro assoluto della band. Poi lo scioglimento che – e come poteva essere diversamente? – fu una faccenda bizzarra e atipica, visto che diversi componenti del gruppo continuarono a lavorare assieme (vedi il progetto Vietnam Chain); per Enbatta si aprirono anche uno sprazzo di carriera solista (un solo album, intitolato Hidden Passions, del 1988 su Music Maniac) e una sorta di nuovo inizio con i Thyrd Twin – due esperienze che si rivelarono, però, una meteora fugace.
Nel 2005, quasi a sorpresa, tornò il nucleo principale dei Vietnam Veterans in una nuova band – ottima peraltro – che si faceva chiamare The Gitanes e sfornò un paio di album a cui si deve, fondamentalmente, la scintilla di combustione per la rinascita del gruppo originale.
Insomma, è una storia complicata e poco nota. Oscura e fascinosa, come la musica di Enbatta – con cui abbiamo scambiato quattro chiacchiere per fare il punto della situazione.

Mark, cominciamo dall’ABC, se ti va… quanti anni hai? Dove vivi? Hai famiglia?
Ho 61 anni e vivo in Francia – Borgogna, per la precisione. Sono nato nel sud del Paese, ma la vita mi ha portato qui… diciamo che la mia famiglia è un’entità piuttosto complicata da spiegare! Ho quattro figli (rispettivamente di 32, 30, 13 e 9 anni), ma sorvoliamo su tutto il resto… al momento vivo con la madre dei due più giovani.

Raccontami dei tuoi approcci con la musica: come ti sei avvicinato al rock’n’roll? Quando hai iniziato ad ascoltare e comprare dischi? E quando hai messo su la tua prima band?
Sono stato molto fortunato all’inizio degli anni Sessanta. Avevo due cugini più grandi che ascoltavano tutta la roba più cool che c’era in giro. Erano fan dei Beatles. Avevano persino le tendine dei Beatles, le lenzuola dei Beatles… tutto. Il mio primo gruppo preferito sono stati gli Animals e poi sono arrivati i Them. Grandi voci ed emozioni a mille. Questa è la roba che più mi piace! Gene Vincent, Otis Redding… da ragazzino potevo solo permettermi di comprare gli EP e i singoli. Tutti i miei LP erano regali che mi arrivavano dai cugini! Poi in seguito mi sono comprato tutti gli album che all’epoca avrei voluto prendere, ma non avevo potuto. Ho cominciato a cantare nel 1967. Facevo cover della Stax, di James Brown e un po’ di beat anni Sessanta. Poi ho suonato il basso in un complesso  r&b. E ho iniziato a suonare la chitarra nel 1969… nel 1970 ho messo su un vero gruppo psichedelico: è stato il primo in cui ero l’autore principale e il leader. Ma non durò molto, perché il nostro batterista finì in galera accusato di rapina a mano armata per finalità eversive!

I  Vietnam Veterans hanno, senza il minimo dubbio, un’identità speciale e sono molto riconoscibili per via del loro sound unico. Come siete arrivati a tutto ciò? È stato un procedimento fatto di tentativi o è semplicemente successo per via delle rispettive influenze e idee?
Il nostro sound deriva dalla mescolanza – che penso sia uno degli elementi più vitali del rock’n’roll. Non ho mai cercato musicisti che avessero gusti affini ai miei: penso sia noioso e non conduce in alcun posto… io porto agli altri i miei brani in versione minimale e poi ognuno li veste come preferisce! Funziona sempre. L’unico problema si presenta quando arriva qualche nuovo musicista nel gruppo: di solito non sono abituati a questo modo di lavorare e cercano di adattarsi, di copiare quello che si fa. E io devo dir loro di suonare semplicemente nel modo più spontaneo, come sentono di voler fare. E non tutti ci riescono… io voglio che tutti capiscano a fondo e trasmettano il feeling delle canzoni, che sono molto personali e intime… pezzi in cui ci si mette a nudo! Io quando scrivo non nascondo nulla e i pezzi diventano ciò che sono perché tutti noi che li suoniamo condividiamo delle emozioni nel farlo, magari con coloriture e sfumature diverse. In questo gruppo non c’è nulla di proibito!

I Vietnam Veterans hanno iniziato nella prima parte degli anni Ottanta: come era la scena dalle tue parti allora? Riuscivate a suonare abbastanza live? Vi sentivate parte di una scena rock/garage?
Verso la fine degli anni Settanta ero ben inserito nella scena di Lione… là ho suonato con molte persone, ma non abbiamo mai combinato nulla, perché quei gruppi non erano esattamente ciò che andavo cercando. All’inizio degli anni Ottanta nella mia città, invece, non c’era alcuna scena. Io avevo un negozio di dischi all’epoca e poco dopo ho fondato i Vietnam Veterans con un amico con cui già suonavo negli anni Sessanta. Nessuno suonava quello che facevamo noi allora. C’erano solo i Dogs e gli Snipers con gusti simili, ma facevano un tipo di rock differente… più blando, direi. Noi eravamo gente pazza! Non suonavamo molto, ma sempre in belle situazioni.

La scena francese sotterranea anni Ottanta era molto buona. Purtroppo sono riuscito a imbattermi in alcune band eccellenti solo anni dopo – negli anni Novanta – ma mi hanno tutte fatto scoppiare il cervello (band tipo Real Cool Killers, Cherokees, Parabellum, Vietnam Veterans ovviamente…). Insomma, per gente come me che non c’era – per motivi geografici e in parte anagrafici – sembra che il giro fosse molto vitale e in fermento. Era davvero così?
Negli anni Ottanta ci sono state molte band francesi ottime. La maggior parte le ho viste dal vivo e ho venduto i loro dischi nel mio negozio. Sfortunatamente non abbiamo mai suonato con nessuna, anche perché noi ci esibivamo soprattutto fuori dalla Francia. Conoscevamo molti musicisti francesi, ma alla fine eravamo in contatto soprattutto con gente straniera. Dal primo giorno, in negozio, il 90% dei dischi venduti è stato di band internazionali. Ora mi piace incontrare le persone che all’epoca magari non ho avuto occasione di conoscere meglio! Però devo essere onesto, io pensavo che la maggior parte dei tizi di quella scena fosse una banda di poser e di opportunisti falsi! Ha ha ha! Sono davvero il peggior elemento a cui chiedere un giudizio su quel periodo. Mi piacerebbe sentire quelle persone raccontare le storie delle loro vere vite… io non mi sono mai accodato a mode e tendenze di alcun tipo… ho sviluppato delle pessime abitudini negli anni Sessanta: troppa libertà e troppo talento da esprimere!

I Vietnam Veterans sono una vera leggenda – minore, ma una leggenda (li si potrebbe facilmente definire una cult-band). Che sensazione provi pensando che hai formato e influenzato le vite e i gusti di tante persone?
Mi colpisce molto quando mi dicono che le mie canzoni sono state importanti nella vita di qualcuno! Wow! Significa che hanno capito davvero ciò che volevo comunicare. Mi accade abbastanza spesso e mi fa pensare di non avere sprecato il mio tempo. Scrivere e cantare sono stati due strumenti importanti per la mia sanità mentale e sono stati utili anche ad altre persone. Ad esempio una ragazza una volta mi ha detto che You’re Gonna Fall l’ha aiutata a sopravvivere mentre era in prigione. Dio mio! Poi non so se abbiamo influenzato i gusti musicali di qualcuno e non mi interessa per nulla. So che c’è chi fa cover di nostri brani, ma quello che a me preme davvero è il contatto, l’intimità che abbiamo creato con alcuni fan. Siamo diventati gente di famiglia per loro! Un po’ come John Lennon per me era una specie di fratello maggiore, non un idolo musicale.

Vedo che parli dei Vietnam Veterans definendoli spesso una band psichedelica, ma ci sono ovviamente altri ingredienti nella ricetta del vostro sound – un po’ di punk, un po’ di Sixties garage e del rock’n’roll. Poi ho avuto l’illuminazione leggendo una cosa che hai postato nel sito del gruppo: la tua definizione di musica psichedelica, che dice “Non è facile riconoscere la vera musica psichedelica… innocenza, libertà, sincerità, ricordi e infanzia sono solo alcuni dei cardini. Pensateci!”. Puoi elaborare il concetto e parlarmi del tuo approccio alla psichedelia?
L’LSD ti porta a conoscere e far affiorare cose che prima vivevano solo nell’universo del subconscio. Una volta che le scopri, sono facili da interpretare… inoltre cambiano il modo in cui vivi e capisci la tua esistenza. Chi fa musica psichedelica dovrebbe essere una persona originale che non segue nessuno. Ognuno ha la propria storia e le proprie influenze, nella vita. Noti delle somiglianze fra Seeds, Grateful Dead, Kaleidoscope e primi Pink Floyd? No. Però certa gente, che non ha mai avuto un’esperienza lisergica e a cui piaceva il look e le sonorità di quell’era, ha poi utilizzato in modo inappropriato il termine psichedelia per definire molti altri gruppi. Anni dopo è diventato molto di moda e imperativo categorizzare ed etichettare tutto: in questo modo le generazioni posteriori hanno creduto di capire che esiste un sound psichedelico, ma è un malinteso grandissimo, madornale… psichedelia significa accettare ogni influenza e avere il coraggio di mostrarla. Dalle filastrocche per bambini alle ninna nanna, alla musica folk locale, musica classica e rock di ogni tipo. Ed è quello che noi abbiamo sempre fatto.

Perché la band originale si sciolse a fine anni Ottanta? È bizzarro, visto anche che quasi da subito hai continuato a lavorare con alcuni dei componenti dei Vietnam Veterans…
In effetti non è stato un vero addio… tant’è che abbiamo anche inciso del materiale subito dopo esserci sciolti. In realtà abbiamo tenuto fede a una decisione presa anni prima, cioè di scioglierci al quinto album. Poi la formazione era cambiata un bel po’ di volte e tutti avevamo progetti collaterali. Ad ogni modo siamo ancora tutti molto amici e ci vediamo quando ci va. Io, personalmente, dopo avere inciso l’album coi Thyrd Twin, mi ero anche stufato di suonare in un gruppo… prima o poi farò uscire tutte le cose acustiche che ho registrato prima che Lucas Trouble mi chiamasse – anni dopo – per far parte del progetto Gitanes. Comunque durante quegli anni di stop nessuno di noi ha smesso di suonare e Lucas è anche diventato un produttore eccezionale. Insomma, l’attesa è valsa la pena!

Parlami del vostro ultimo album – A Fistful Of Love. Nello store della band viene descritto come “un disco che parla di sesso e frustrazione”…
Ogni mio disco ha un suo umore. La mia vita è molto incasinata e io sento il bisogno di scrivere dei miei sentimenti più nascosti. È il modo migliore per risparmiare sulle parcelle che dovrei pagare a uno psichiatra! Devo dire che il lavoro precedente, Strange Girl, probabilmente mi ha salvato dal suicidio. E non me ne ero reso conto prima di ascoltarlo per intero, con il gruppo al completo, nel mio salotto. A Fistful Of Love è stato una cosa più rapida ed energica. Non ci sono lamenti, pensieri cupi o malinconia. Probabilmente io scrivo sempre di sesso e del concetto di tempo, ma il messaggio di questo disco è: “Non sprechiamo tempo! Facciamo sesso!”. Be’, non è tutto qui, ovviamente, ma diciamo che è il mood principale. Alla fine parlo da sempre dei medesimi argomenti e ho sempre le stesse ossessioni. La musica, comunque, è piuttosto dura e – a differenza di quanto successo nei dischi precedenti – eravamo già pronti a suonare tutti i pezzi live, prima di entrare in studio. Le altre volte, infatti, non avevamo avuto il tempo di fare le prove e potevamo stare poco in studio… ma A Fistful Of Love è un disco inciso da una vera band: significa che ci sono state molte prove e siamo riusciti a registrare velocemente.

L’album è uscito su Nova Express Records, la label legata allo studio di Lucas Trouble: in pratica avete fatto tutto in famiglia. Sei soddisfatto?
In realtà abbiamo scelto di uscire per Nova Express solo perché i nostri amici della Music Maniac hanno smesso. Non avevamo nessuna voglia di metterci a cercare un’etichetta di corsa – e non abbiamo neppure dato il disco a qualche distributore. Chi lo vuole deve comprarlo nel sito della Nova Express, in quello dei Vietnam Veterans oppure ai concerti. Probabilmente il prossimo lo gestiremo diversamente.

Avete qualcosa di nuovo in programma, qualche uscita?
Non saprei rispondere ora… ho dei pezzi in mano, ma non so se li useremo come Vietnam Veterans. Spero con tutto il cuore che accada, anche perché significherebbe che saremo ancora tutti in salute e vivi, per inciderli. Ma non so. Prima voglio terminare il mio doppio album solista acustico. Registrerò quattro pezzi nuovi con l’aiuto di Peter McConnel alla chitarra… è un progetto che ho iniziato a fine anni Ottanta: è quasi ora di fare uscire questa roba!

Hai altre band o situazioni in piedi, a parte i Vietnam Veterans e le tue cose acustiche?
No, a parte questo nulla. Non suono con nessun altro.

Possiamo sperare di vedervi in Italia in futuro? Siete mai stati qui a suonare e – se sì – hai qualche ricordo particolare?
Non abbiamo mai suonato nel tuo Paese. Però di recente mi è venuta voglia di guidare lungo tutta l’Italia, in auto, e andare a prendere un traghetto per la Grecia giù a sud. Perché no? Negli anni Settanta parlavo anche un po’ di italiano. Ad ogni modo, ci piace sempre suonare in posti nuovi! E i miei unici ricordi ed esperienze legati all’Italia sono di natura molto intima!

Hai mai pensato che i Vietnam Veterans meritassero di più, rispetto all’onorevolissimo status di cult band? Hai qualche rimpianto?
A dire il vero negli anni Ottanta eravamo piuttosto importanti e abbiamo venduto un bel po’ di dischi. Di sicuro più di molti gruppi percepiti come “famosi”. Abbiamo suonato in grandi locali e festival importanti e abbiamo avuto la libertà di incidere ciò che volevamo. In tutta sincerità, non mi sarei mai aspettato così tanto… e poi chi se ne fotte dello status? Io non ho mai voluto essere una rockstar!

Oltre alla musica, hai un lavoro, diciamo così, normale? Oppure campi con il tuo gruppo e i tuoi progetti?
Ho un buon lavoro. Sono un tecnico per protesi acustiche nel campo della bioacustica. Ho anche avuto un negozio di dischi per 20 anni… comunque non mi sono mai aspettato di campare solo con la mia musica e sono piuttosto certo che questa sia la ragione per cui sono riuscito a guadagnare un po’ di denaro suonando!

Ho visto online che hai subito un intervento chirurgico, recentemente, alle mani. Cosa è accaduto e come stai ora? Mi pare benone, in realtà, dato che hai già postato dei video in cui suoni la chitarra dopo l’operazione…
Sì! Ho fatto un intervento alla mia mano sinistra. Ha lasciato una bella cicatrice gigante! Dovrò farne uno uguale alla destra più avanti. È una patologia che chiamano malattia di Dupuytren. In pratica un dito si intorpidisce e irrigidisce e lentamente inizia a piegarsi verso il palmo della mano. È una malattia di famiglia, ereditaria… ma riesco già a suonare quindi è tutto ok!

LA LUNA È MORTA. W LA LUNA MORTA

Una chiacchierata in zona Cesarini con Fred e Toody, la coppia inossidabile dei Dead Moon (e Pierced Arrows)

di Andrea Valentini – pubblicato su “Sottoterra” qualche anno fa… R.I.P. Andrew Loomis & Fred Cole.

Da diversi anni avevo in mente di intervistare i Dead Moon, ma per qualche motivo non riuscivo mai a decidermi e a contattarli. Probabilmente era il timore reverenziale, oppure la netta sensazione che nella loro purezza e totale estraneità alle dinamiche delle varie scene, circoli e circoletti punk, mode e tendenze probabilmente non avrebbero avuto alcuna voglia di immischiarsi in cose simili. E la certezza di ciò mi arrivava dal fatto che raramente si leggeva di loro. Insomma, nonostante la curiosità, l’idea di andarli a disturbare mi metteva a disagio.
Quando mi sono finalmente deciso, ho scritto a ogni indirizzo collegato alla band, ricevendo il vuoto siderale in risposta. Ma è entrato in gioco il provvidenziale Lorenzo Belli che, andando a vederli dal vivo lo scorso anno, è riuscito a strappare un indirizzo email buono per contattarli.
Incredibile, ma vero, Toody mi ha risposto subito, mettendo in chiaro che l’intervista avrebbe dovuto essere corta e che lei e Fred avevano bisogno di molto tempo (“give us plenty of time to answer”, mi ha scritto). In realtà ci sono volute solo un po’ di settimane e il risultato è questo: un’intervista fatta, se vogliamo, appena in tempo, proprio negli ultimi giorni dei Dead Moon e pochissimo prima che il povero Andrew Loomis morisse.
Ora i Dead Moon sono ufficialmente un capitolo chiuso: da tempo Fred aveva difficoltà a reggere i concerti lunghi e impegnativi che la band imponeva, ma la scomparsa di Andrew (che era malato di cancro da tempo, ma sembrava sulla strada della piena guarigione – e, infatti, incredibilmente, non è morto per il tumore che aveva invece debellato grazie alle cure) è stata il colpo finale.
Stessa sorte tocca ai Pierced Arrows, che da uno status di stand-by passano ufficialmente a quello di band non più in attività. Insomma, due brutti colpi per il rock’n’roll. L’unica consolazione è che Fred e Toody continueranno come duo acustico, finché saranno in grado di reggere (non dimentichiamo che sono due quasi settantenni)… è dura ammetterlo, ma – come recita uno dei loro pezzi più iconici – we’re running out of time.

Come definireste lo status ufficiale dei Dead Moon? So che avete suonato a Portland all’inizio di gennaio, ma da mesi circolano voci di uno stop imminente…
In effetti abbiamo suonato il due gennaio del 2016 come Dead Moon, ma con il batterista dei Pierced Arrows – Kelly Halliburton. Molto probabilmente è stato l’ultimo concerto di sempre dei Dead Moon. Ormai è diventato troppo faticoso per Fred stare in piedi a suonare e ad agitarsi, con un chitarrone pesante a tracolla, per quasi due ore alla volta.

Avete in mente qualche uscita nel futuro prossimo, targata Dead Moon? Inediti, rarità, magari una semplice raccolta…?
No, direi che non abbiamo nessun piano in questo senso. Non c’è nessuna uscita dei Dead Moon in programma, almeno per il momento. Lo scorso anno sono, però, stati pubblicati un album live (Live At Satyricon) e il 7” Black September/ Fire In The Western World” su Voodoo Doughnut Recordings. È anche arrivata da poco una ristampa, su Permanent Records, dell LP degli Zipper uscito nel 1974.

Come sta Fred, dopo l’operazione dell’estate 2015? Visto che suonate ancora, direi che se la sta cavando bene… cosa ci dici?
Fred sta benone e si è rimesso senza problemi dall’operazione a cuore aperto di un paio di anni fa; ed è andato tutto bene anche nell’intervento con cui gli hanno piazzato un pacemaker, a settembre del 2015. Certo, ora si stanca più facilmente (del resto abbiamo entrambi 67 anni!), ma ormai prendiamo la vita così come arriva e ce la godiamo al meglio, ogni giorno, senza stress.

Già che siamo in argomento: come se la passa Andrew Loomis [il batterista dei Dead Moon a cui è stato diagnosticato un cancro – ndr]? Avete qualche aggiornamento su di lui?
Andrew sta ancora combattendo per guarire, rimettersi e tornare in salute, ma è attivo e lo si vede ancora in giro con gli amici, qui a Portland. Noi non lo incontriamo di persona da un po’, ma lo sentiamo spesso al telefono. [Purtroppo, letteralmente una settimana dopo questa intervista, Andrew Loomis è morto – nda].

Ricordo di avere letto che avete un terzo album dei Pierced Arrows in cantiere e che avevate intenzione di terminarlo per poi pubblicarlo – si spera. È ancora in piedi la faccenda? Credete che potrebbe accadere in tempi più o meno brevi?
Non siamo per nulla certi del fatto che il terzo album dei Pierced Arrows sarà mai portato a termine e quindi pubblicato. Anzi, è piuttosto improbabile che accada. Kelly vorrebbe davvero farlo, ci tiene tantissimo… ma Fred, invece, desidera incidere un po’ di materiale nuovo, che suoniamo e che stiamo scrivendo con il nostro duo Fred & Toody.

Quindi il duo va avanti: che tipo di scaletta proponete? Una selezione di cover di Dead Moon e  Pierced Arrows? Altro? Avete dei pezzi vostri?
Il duo Fred & Toody va alla grandissima. E infatti stiamo per partire – domattina – per un tour che dura un mese, passando per il Texas, la California, Las Vegas e altre località. Di solito scegliamo una combinazione di brani dei Dead Moon, Pierced Arrows e Rats, ma ci infiliamo anche qualcosa di nuovo per rendere il mix più intrigante. Comunque tutti i pezzi sono di Fred, per cui, non si tratta propriamente di cover!

Anni fa comprai tramite il vostro mailorder il DVD Unknown Passage. Credo sia un grande documentario, peraltro su una storia davvero speciale, pazzesca… la vostra. Voi siete soddisfatti di come è venuto? Cambiereste qualcosa del film?
Ci piace da impazzire il documentario sui Dead Moon!!! Jason Summers e Kate Fix hanno fatto un lavoro fantastico e preciso. E grazie a Dio abbiamo una testimonianza come quella, a ricordare una delle parti più memorabili della nostra vita.

Avete mai pensato di scrivere un libro autobiografico per raccontare la vostra storia? Sono certo che la proposta vi sarà già stata fatta da qualche editore… cosa ne pensate?
No, in realtà non abbiamo mai accarezzato questa idea di un libro sulle nostre vite, ma in effetti ce lo hanno chiesto moltissime volte. Il fatto è che siamo due persone davvero molto riservate e il documentario, in pratica, racconta già tutto ciò che desideriamo che si sappia – e che vogliamo condividere con gli altri. Va benissimo così.

Come vi ponete nei confronti della scena punk attuale di Portland? Siete ancora addentro? Avete contatti?
In verità non siamo molto ben inseriti nel giro della scena underground di Portland di adesso. Ci capita di vedere suonare o di ascoltare alcune nuove band, di solito quando dividiamo il palco in occasione di un concerto… ma quando non siamo on the road ci piace rimanere tranquilli a casa, quindi non andiamo in città molto spesso – dove ci sono i concerti e i locali.

Parlando di Portland… oltre ai mitici Wipers, c’è un’altra band che ho amato molto, di quella zona: i Napalm Beach – con cui, peraltro, avete fatto uno split 10” anni fa. Siete in contato con loro? Sapete cosa stanno combinando, se sono ancora attivi in qualche maniera?
Hai tirato fuori due bei nomi, coi Wipers e i Napalm Beach: sono due grandissime band di Portland. Sono anche nostri ottimi amici e ci siamo sempre divertiti a vederli suonare. I Wipers non esistono più da tanto tempo e Greg Sage ha fatto qualche incisione sporadica da quando si sono sciolti. Noi vediamo spessissimo il batterista originale dei Wipers – che è stato poi anche nei Napalm Beach – Sam Henry; lui ora suona nei Don’t e nei The Spurs. Ci capita piuttosto di frequente di dividere il palco con loro. L’ultima volta che abbiamo visto live i Napalm Beach è stata in occasione di una reunion estemporanea che hanno fatto per il cinquantesimo compleanno di Andrew Loomis, qualche anno fa: erano ancora stupefacenti. Chris Newman suona ancora in giro, qui in città, ma non siamo sicuri di come si chiami il suo nuovo progetto musicale.

Questa è, quindi, la situazione. Chi è riuscito a vedere i Dead Moon e/o i Pierced Arrows ha avuto una grande fortuna… per tutti gli altri non resta che sperare in un passaggio italiano o europeo del duo Toody/Cole, che comunque in Italia non passano da tempo e battono, nel caso, rotte più vicine alla Spagna e al centro/nord dell’Europa.
Restano i loro dischi, oltre a quell’immenso documentario che è Unknown Passage, che nonostante la tragica assenza di sottotitoli (neppure in inglese) è quasi una tappa formativa obbligatoria per ogni vero fan del rock’n’roll più sotterraneo e fieramente loser.
Grazie Fred, grazie Toody, grazie Andrew. La luna morta è per sempre.

J-Ax, il punk e la legge 104

Ok. A bocce più o meno ferme – ma a palle ancora un po’ giranti – due parole sul “disco punk” di J-Ax.
Il disco segreto che puoi ascoltare solo se lui ti ha mandato il link o se riesci ad andare su Google e fare una ricerca.
Il disco che non è in vendita, perché lui è contro.
Il disco che nel primo brano vede il nostro punk D.O.C. spiegarci come da anziano vorrà darsi al crimine e alla strafottenza, perché intanto se sei vecchio in galera “non ti inculano più” (cito testuale).

Non è accettabile nessun discorso del tipo “ma J-Ax ha sempre detto che gli piaceva il punk” oppure “J-Ax è punk e ha fatto una cosa punk”.
Non è accettabile il sessantenne di turno che dirà: “I Sex Pistols e il punk erano così, fottevano tutto e tutti”.
Non è accettabile il ragazzotto di turno che dirà “Oh, è figo e dice quello che vuole”.
Ma soprattutto non è accettabile che NESSUNO nella stampa musicale italiana si sia violentemente opposto (almeno che a me risulti – spero di sbagliarmi) a questa cagata scrivendo: “No, non ha fatto un disco punk. Non è punk. Ha fatto un dischetto ruffiano per reduci degli anni Novanta dreadlock/cannette/festival all’Aquafan/Blink 182/Punkreas/ska punk/Ramones clonati che ormai fanno più ridere che piangere”.

J-Ax è punk. Questo disco è punk. I giornalisti lo definiscono punk. Date a tutti la 104 e finiamola qui.

Toh, fatevi del male se volete.

James Williamson e Deniz Tek: intervista doppia

Il 18 settembre esce, per Cleopatra Records, un disco che vede nuovamente insieme James Williamson e Deniz Tek, rispettivamente chitarrista di Stooges (era Raw Power) e Radio Birdman (ma anche New Race). L’album è intitolato Two To One e ha un bel feeling – manco a dirlo – con tocchi di entrambe le band: una bella raccolta di pezzi che ondeggiano fra il protopunk, l’hard rock e il rock, senza fronzoli e diretti al punto.

Ho avuto modo di intervistarli entrambi e questo è ciò che hanno da raccontare a proposito del loro nuovo lavoro, il cui ascolto è decisamente consigliato a tutti i fan, senza troppe distinzioni.

Non è la prima volta che voi due lavorate insieme. Come si è materializzato questo nuovo progetto?
JW: Nel 2011 gli Stooges ancora viventi suonarono un concerto tributo a Ron Asheton. Deniz era stato molto amico di Ron, per cui fu invitato a suonare in un paio di pezzi: ci siamo incontrati così, anche se entrambi da giovani avevamo bazzicato per molto tempo Ann Arbor e Detroit. Eppure i nostri cammini non si erano mai incontrati prima. Dopo questo primo incontro siamo restati in contatto. Poi ho saputo che Deniz passava molto tempo alle Hawaii, cosa che anche io ero solito fare… e così siamo arrivati a fare insieme il primo EP, Acoustic K.O. Io ho partecipato a diversi progetti per la Cleopatra Records e un giorno Matt Green (responsabile delle acquisizioni) ha suggerito l’idea che noi due avremmo potuto fare un disco intero, elettrico, di pezzi inediti. Ci abbiamo pensato un po’ e alla fine l’abbiamo fatto: il “sì” definitivo l’abbiamo dato la scorsa estate, più o meno in questo periodo.
DT: La Cleopatra Records ci ha chiesto se ci andava di unire le forze per un album intero di materiale originale. Noi eravamo già in contatto stretto, visto che siamo vicini di casa e ci capita di trovarci e passare del tempo insieme. Ci è parsa un’idea interessante e poi io, personalmente, non riesco mai a dire di no a una sfida!

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Stooges live at Goose Lake: il bootleg perduto

The Stooges – Live At Goose Lake, August 8th 1970 (Third Man)

Non posso negare di subire da sempre il fascino della miriade di bootleg degli Stooges. E’ una faccenda compulsiva e a niente serve leggere le tracklist percependo che almeno metà dei pezzi compresi li ho già in almeno un alro paio di dischi che hanno solo la copertina diversa.

In questo caso, però, la faccenda era più succosa: bootleg, sì, ma di un live mai emerso prima. L’ultimo con Zander al basso. Il povero Zander, che venne cacciato da Iggy, appena dopo il concerto, accusato di avere fatto una pessima esibizione. Insomma, sulla carta il documento storico è di valore magari non inestimabile, ma molto elevato per chi abbia la sindrome degli Stooges. Però… però… però… dopo un’attesa quasi parossistica (doveva uscire intorno all’8 agosto, ma in Italia non si è visto nei negozi fino al 28), quello che mi trovo fra le mani non è proprio l’uragano di emozioni che mi attendevo.

O meglio: le emozioni ci sono, ma sono molto diverse da quelle che mi ero prefigurato. Iniziamo col dire che se Zander è stato cacciato per questo concerto, allora dovevano essere cacciati anche Ron, Scott e Iggy. Lo dico con l’impietosa sincerità del fan accorato: questo è un pessimo concerto degli Stooges – e dirlo fa ancora più male, visto che ripropongono per intero il loro disco che amo più incondizionatamente, ovvero Fun House. Un album epocale, che mi ha cambiato la vita da ragazzo a fine anni Ottanta. Qui, però, la band fluttua in uno stato di stupore confuso, per cui le “cappelle” non si contano. Tutto molto live e sincero, ma dopo un po’ si arriva al fatidico “bravi ma basta”.

Concludendo, niente Grappa Bocchino Sigillo Nero, ma un disco in cui il valore documentale trascende di gran lunga quello musicale. Lo compreremo tutti lo stesso, facendo contento Jack White e sentendoci nel giusto. E va bene così, per carità; però è meglio ascoltarsi Fun House, anche in quell’edizione economica che teniamo “da battaglia”.

Nota triste finale: la mia versione su CD  è anche leggermente rovinata dalla colla della confezione cartonata che è colata sul dischetto, ma vabbè… sfiga.

 

L’incendio fluo del 1978

VVAA – 1978 The Year The UK Turned Day-Glo (Cherry Red)

Dopo l’innesco del 1976 e l’incendio nel 1977, il punk inizia a mutare e a diventare – al contempo – un’entità inafferrabile, ma anche un genere di successo.

Questo triplo CD cerca, dunque, di fotografare ciò che accade in UK, nel 1978, in un ambito punk ormai frammentato in tanti sottogeneri (new wave, post punk, Oi!, power pop, mod revival, synth punk, ska punk etc.).

Una raccolta caleidoscopica in cui big come Sham 69, Jam, Ultravox, UK Subs, Fall, P.I.L., Boomtown Rats, Vibrators e Cure si mescolano con nomi meno noti (Wreckless Eric, Tubeway Army, Jilted John, Tubeway Army…) e garantiscono un bel KO tecnico a base di singoli brani sparati a raffica.

Molto interessante il libretto di 48 pagine, con note dettagliate per ogni singolo pezzo.

Trans d’Egitto non perdona

tueTrans Upper Egypt – s/t (Monofonus Press, 2014)

Col solito colpevole e incurabile ritardo (prometto: se continua così entro maggio chiudo) riesco a recensire questo lavoro dei Trans Upper Egypt, che si cimentano in otto brani di psych, drug rock, space rock,wave e lo-fi. Un mix speciale e gestito in maniera personalissima (come del resto già ci hanno dimostrato nelle uscite precedenti), che li ha portati all’attenzione di un certo mainstream hip internazionale di stampo neo-psych… e il bello è che loro, alla faccia del business e di queste cazzate, sembrano fregarsene riccamente Leggi l’articolo intero »

Gondolas bloody gondolas

destroy all gondolasDestroy All Gondolas – s/t (Kornalcielo, 2015)

Una specie di all-star band del nord-est – con gente che arriva da Gonzales, Hormonas (Pido, che è anche one-man band, Wasted Pido) e Minkions – sforna un 7″ grezzo come cartavetrata dimenticata in uno scantinato e usata per pulirsi le chiappe per errore Leggi l’articolo intero »

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